venerdì, 11 settembre 2009
Stamattina in un parcheggio,  scesa dall'auto mi si avvicina un bambino sei,sette anni non di più vestito bene pulito mi chiede dei soldi "non ho moneta"gli dico (è vero) lui si avvicina all'auto mi dice sorridendo"è bellissima" poi "è peugeot" sì rispondo,corre via salutando.Torno all'auto qualche ora dopo è ancora lì,un po' più avanti nascosti dagli alberi un uomo ,una donna un bimbo in fasce probabilmente i genitori (corre da loro ogni volta che riceve i soldi)  torna a chiedermi i soldi questa volta glieli do parliamo un po' lui dice sempre sì ma non so se capisce tutto,il tempo di chiedergli "come ti chiami? e scappa via contento,io non lo sono,davanti a queste cose mi sento piccola e impotente. Mi vede passare mentre vado via mi saluta dinuovo con la mano e un sorriso.
Lucycy alle 15:51 in: racconti, ambiente, cronaca
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lunedì, 27 luglio 2009
    Ieri sera ho visto questo bel film...

Ispirato alla vera storia del montatore del suono nonvedente Mirco Mencacci, il film racconta un'esperienza umana e un pezzo di storia d'Italia.

trama e trailer qui
Lucycy alle 19:55 in: racconti, film, psicologia
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mercoledì, 20 maggio 2009
Dal blog di:di du hängst


Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

Ci siete fin qui? Secondo voi di chi stiamo parlando? Rumeni? Rom?

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Via RiaNews24

Lucycy alle 19:50 in: segnalazioni, racconti
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lunedì, 02 marzo 2009
Lucycy alle 10:29 in: libri, racconti, foto
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domenica, 09 novembre 2008

L'altr'anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a vedere i noccioli.

   
 

La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e rive, un pendio cosí insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima - e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri -, era come scorticata dall'inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi.

   
 

La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce.

   

 

 

Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestra vuota, e pensavo a quegli inverni terribili.

   
 

   Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta una stoppia di meliga. Dalla stalla muggí un bue, e nel freddo della sera sentii l'odore del letame.

   
 

Chi adesso stava nel casotto non era dunque piú cosí pezzente come noi.

   
 

M'ero sempre aspettato qualcosa di simile, o magari che il casotto fosse crollato; tante volte m'ero immaginato sulla spalletta del ponte a chiedermi com'era stato possibile passare tanti anni in quel buco, su quei pochi sentieri, pascolando la capra e cercando le mele rotolate in fondo alla riva, convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo.

   
 

Ma non mi ero aspettato di non trovare piú i noccioli. Voleva dire ch'era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull'aia.

   
 

Capii lí per lí che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi.

   


 

Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato il padrone, l'avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l'effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti.

   
 

   Meno male che quella sera, voltando le spalle a Gaminella avevo di fronte la collina del Salto, oltre Belbo, con le creste, coi grandi prati che sparivano sulle cime.

   

 

 

E piú in basso anche questa era tutte vigne spoglie, tagliate da rive, e le macchie degli alberi, i sentieri, le cascine sparse erano come li avevo veduti giorno per giorno, anno per anno, seduto sul trave dietro il casotto o sulla spalletta del ponte.

   
 

   Poi, tutti quegli anni fino alla leva, ch'ero stato servitore alla cascina della Mora nella grassa piana oltre il Belbo, e Padrino, venduto il casotto di Gaminella, se n'era andato con le figlie a Cossano, tutti quegli anni bastava che alzassi gli occhi dai campi per vedere sotto il cielo le vigne del Salto, e anche queste digradavano verso Canelli, nel senso della ferrata, del fischio del treno che sera e mattina correva lungo il Belbo facendomi pensare a meraviglie, alle stazioni e alle città.

   
 

   Cosí questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il   mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.

   
 

Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti.

   


 

Si fa l'uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C'è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonci e di torchi tutta la valle fino a Camo.

   
 

Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

   
 

Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d'occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano.

   
 

Queste cose si capiscono col tempo e l'esperienza. Possibile che a quarant'anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos'è il mio paese?

   
 

   C'è qualcosa che non mi capacita. Qui tutti hanno in mente che sono tornato per comprarmi una casa e mi chiamano l'Americano, mi fanno vedere le figlie. Per uno che è partito senza nemmeno averci un nome, dovrebbe piacermi, e infatti mi piace.

   

 

 

Ma non basta. Mi piace anche Genova, mi piace sapere che il mondo è rotondo e avere un piede sulle passerelle.

   
 

Da quando, ragazzo, al cancello della Mora mi appoggiavo al badile e ascoltavo le chiacchere dei perdigiorno di passaggio sullo stradone, per me le colline di Canelli sono la porta del mondo.

   
 

Nuto che, in confronto con me, non si è mai allontanato dal salto, dice che per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne.

   
 

Proprio lui che da giovanotto è arrivato a suonare il clarino in banda oltre Canelli, fino a Spigno, fino a Ovada, dalla parte dove si leva il sole. Ne parliamo ogni tanto, e lui ride.

   
 
Lucycy alle 20:44 in: racconti
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giovedì, 09 ottobre 2008

In attesa che l'autore si decida ...

 
                                             immagine presa dal web

      

....a pubblicare gli altri racconti! 


Pochi uccelli mi stanno antipatici come i piccioni di città.A meno che,come quello che viene ogni giorno sul mio balcone,non siano con una zampa ferita.Ecco perchè,da un anno,io lo sfamo e lui "intrattiene" cordiali rapporti,con me..

Handy è un piccione un po' particolare,probabilmente.Deve venire dal sud,e forse,da quello che mi sembra di capire ,deve avere anche fatto discrete letture.Al mattino,appena apro la porta,lui vola sulla ringhiera,e aspetta in posa sull'unica zampa.Io,per non imbarazzarlo,gli dico che studia per diventare gru..

Se gli do la pagnotta intera,la disdegna,e comincia a planarmi in casa.Allora gliela sminuzzo.

Ieri gli ho chiesto se prima o poi pensava di sdebitarsi..lui mi ha fatto capire che,visti miei interessi,poteva recitarmi"La Tempesta" di Shakespeare in..napoletano.

"Guagliù,currite.Faciteve curaggio:'a Maronna'a Catena nce aiuta.Ammainate ' a vela maestra e mantenivete lèse.

Lino Di Gianni

Lucycy alle 10:22 in: racconti
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