mercoledì, 28 maggio 2008

Il grido trattenuto, quasi lamento.

Non puo’ essere in solitudine,
richiede luogo
e qualcuno che lo tramandi.

Prima, partiranno gli uomini
poi gli uccelli.

Mi unirò agli odori
che confondono le api

E dirò
di avere avuto una bella vita
senza armi e senza spaventi.

Dietro ai gesti nascosti dalle tende
ci incontreremo in riva al lago
alle pietre che non si vedono

L’acqua si muove appena
il vento è dolce,
prendo la lepre del tuo sorriso
mi faccio  barca.

  linodigianni
Lucycy alle 19:14 in: poesie
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mercoledì, 28 maggio 2008

Chi mai  puo’ credere che, 

a  prolungare di poco
un gemito sommesso

possa generarsi un essere
dal corpo di carapace
con braccia e gambe

come fossero
le code di un altro aquilone ?

Capace di arpionarti con calma
con urletti composti
e poi
con unico interminabile pianto
di lacerare tele azzurre
e stelle?


In ossequio all’origine divina
le diverse genti
guardandolo
ridono mentre ride

Rinascono con lui
un poco
come fossero
dentro al guscio della Terra

Autore: Lino Di Gianni
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Lucycy alle 19:09 in: poesie
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domenica, 25 maggio 2008
foto cinzia

































GUIDO TALLONE  (1965)


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Lucycy alle 17:11 in: pittori guido tallone
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lunedì, 12 maggio 2008

Fumatori di carta


Cesare Pavese


Mi ha condotto a sentir la sua banda. Si siede in un angolo
e imbocca il clarino. Comincia un baccano d'inferno.
Fuori, un vento furioso e gli schiaffi, tra i lampi,
della pioggia fan si che la luce vien tolta,
ogni cinque minuti. Nel buio, le facce
danno dentro stravolte, a suonare a memoria
un ballabile. Energico, il povero amico
tiene tutti, dal fondo. E il clarino si torce,
rompe il chiasso sonoro, s'inoltra, si sfoga
come un'anima sola, in un secco silenzio.

Questi poveri ottoni son troppo sovente ammaccati:
contadine le mani che stringono i tasti,
e le fronti, caparbie, che guardano appena da terra.
Miserabile sangue fiaccato, estenuato
dalle troppe fatiche, si sente muggire
nelle note e l'amico li guida a fatica,
lui che ha mani indurite a picchiare una mazza,
a menare una pialla, a strapparsi la vita.

Li ebbe un tempo i compagni e non ha che trent'anni.
Fu di quelli di dopo la guerra, cresciuti alla fame.
Venne anch'egli a Torino, cercando una vita,
e trovò le ingiustizie. Imparò a lavorare
nelle fabbriche senza un sorriso. Imparò a misurare
sulla propria fatica la fame degli altri,
e trovò dappertutto ingiustizie. Tentò darsi pace
camminando, assonnato, le vie interminabili
nella notte, ma vide soltanto a migliaia i lampioni
lucidissimi, su iniquità: donne rauche, ubriachi,
traballanti fantocci sperduti. Era giunto a Torino
un inverno, tra lampi di fabbriche e scone di fumo;
e sapeva cos'era lavoro. Accettava il lavoro
come un duro destino dell'uomo. Ma tutti gli uomini
lo accertassero e al mondo ci fosse giustizia.
Ma si fece i compagni. Soffriva le lunghe parole
e dovette ascoltarne, aspettando la fine.
Se li fece i compagni. Ogni casa ne aveva famiglie.
La città ne era tutta accerchiata. E la faccia del mondo
ne era tutta coperta. Sentivano in sè
tanta disperazione da vincere il mondo.

Suona secco stasera, malgrado la banda
che ha istruito a uno a uno. Non bada al frastuono
della pioggia e alla luce. La faccia severa
fissa attenta un dolore, mordendo il clarino.
Gli ho veduto questi occhi una sera, che soli,
col fratello, più triste di lui di dieci anni,
vegliavamo a una luce mancante. Ii fratello studiava
su un inutile tornio costruito da lui.
E il mio povero amico accusava il destino
che li tiene inchiodati alla pialla e alla mazza
a nutrire due vecchi, non chiesti.

D'un tratto gridò
che non era il destino se il mondo soffriva,
se la luce del sole strappava bestemmie:
era l'uomo, colpevole. Almeno potercene andare,
far la libera fame, rispondere no
a una vita che adopera amore e pietà,
la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani.
Lucycy alle 14:59 in: poesie
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